martedì 30 ottobre 2012

Mente Animale - Verona, 27 ottobre 2012


Desidero innanzi tutto ringraziare Roberto Marchesini per avermi invitato a partecipare a questo incontro, ma soprattutto ringrazio quella buona stella che mi ha permesso di incrociare il mio percorso di studio e professionale con quello di Roberto.

Ci sono delle posizioni, sui temi politici e culturali che sono connessi alle cosiddette battaglie animaliste, che fin da giovanissimo ho sostenuto in modo assolutamente istintivo, ed è per me una grande soddisfazione ed anche una gioia l’avere la possibilità, attraverso questi incontri, di cogliere in maniera sempre più forte e nitida le conferme che ci vengono date dalle nuove discipline legate all’etologia, alla psicologia cognitiva, alla neurobiologia, che confortano sempre di più quelle mie istintive convizioni.

Anche nel mondo del diritto gli animali sono oggetto di una sempre maggiore attenzione. Sul piano giuridico, la frontiera che ora abbiamo di fronte è il tema della soggettività da riconoscere agli animali. Questi ultimi, come noto, non sono soggetti di diritto, dal momento che non hanno, né possono avere, capacità giuridica. Tuttavia gli animali, pur non essendo soggetti di diritto, devono essere destinatari di doveri da parte dell’uomo. La cosiddetta etica della responsabilità, di cui è insigne portavoce la professoressa Luisella Battaglia, ci dice che dunque il nostro compito deve essere quello di prenderci cura degli animali, essendo questi ultimi comunque capaci di sofferenza, benché privi di soggettività giuridica.

L’evoluzione delle discipline scientifiche sopra richiamate apre con forza invece il tema, che è anche un tema etico, del riconoscimento di una sorta di soggettività giuridica a coloro che sono da considerarsi come “persone non umane”. Prendiamo l’esempio dei delfini. Lori Marino, esperta di neuroanatomia dei cetacei presso la Emory University di Atlana, sostiene che i delfini hanno tutti i requisiti per essere definiti “persone”. Il loro cervello è persino più grande in volume del nostro, ed ha una neocorteccia, sede delle capacità cognitive superiori (che vanno dall’intelligenza sociale, ai pensieri astratti, fino alla capacità di autocoscienza) molto sviluppata. Anche Diana Reiss, ricercatrice dell’Hunter College presso la City University of New York, studiosa dei mammiferi marini, concorda sul fatto che i delfini non solo comprendono le istruzioni che vengono impartite dagli umani, ma  sono dotati di una mente e di capacità di pensiero che li rende in grado anche di risolvere problemi inediti.

Dunque non sono solo gli scimpanzé ad essere candidabili al titolo di “persone non umane”. Da molti anni esiste il cosiddetto “Progetto Grandi Scimmie Antropomorfe” (in inglese “Great Ape Project”, che è anche il titolo del libro in gran parte derivato dal movimento in favore dei diritti degli animali, a cura dei filosofi Paola Cavalieri e Peter Singer), che si propone di ottenere, da parte dell ONU, una Dichiarazione dei Diritti delle Grandi Scimmie Antropomorfe che estenda a tutti i primati antropomorfi alcuni dei diritti già riconosciuti all'uomo, come il diritto alla vita, alla protezione della libertà individuale, proprio sulla base della contiguità con gli umani.

Ora questa caratteristica pare venir fuori anche da altre linee evolutive, ed anche ai delfini si può adattare la definizione di “persone non umane”. Nel concetto di “persona”, infatti, rientra, come fa notare Pietro Greco nell’articolo “Ecologia delle menti” sulla rivista scientifica “Micron”, chi è consapevole dell’ambiente in cui vive, ha personalità, autocontrollo, relazioni appropriate sia con i membri della sua stessa specie, sia con gli altri esseri viventi, sia con il resto dell’ambiente in cui vive. E dunque rientrano nella definizione sia gli scimpanzé che i delfini, ed anche gli altri animali con le loro intelligenze, che non sono “inferiori” dalla nostra, ma semplicemente “diverse” dalla nostra.

Inoltre, proprio recentemente un gruppo di ricercatori, tra cui neurofisiologi e neuroscienziati computazionali, ha sostenuto, nella Cambridge Declaration on Consciousness, che “l’assenza della neocorteccia non sembra impedire agli animali di sperimentare stati affettivi” e che moltissimi animali, dai polpi al pappagallo cenerino africano, sembrano possedere facoltà cognitive e consapevolezza di sé.

Se ciò dovesse essere confermato, lo statuto morale e giuridico degli animali dovrebbe cambiare, e questi dovrebbero essere trattati davvero come “persone non umane”. Le conseguenze sarebbero gigantesche, e ne conseguirebbe l’immediata chiusura dei delfinari, degli zoo e di tanti altri luoghi dove si consumano incredibili violenze nei confronti degli animali. Ed invero, un delfino costretto a vivere in una vasca non solo sarebbe passibile di “maltrattamento”, ma altresì di una sorta di “sequestro”, che, come noto, è un reato contro la persona.

Tentativi di cambiare lo statuto giuridico degli animali li troviamo da molto tempo. Addirittura se ne può individuare una traccia anche nel diritto romano, ed in particolare nella concezione ulpianea dello ius naturale, il diritto naturale comune a uomini e animali.
Ma è solo durante l’ultimo secolo che scienziati, umanisti, zoofili, giuristi, sociologi e politici sono stati sollecitati ad affrontare seriamente il problema della tutela della vita animale nella società. Ne è scaturito un ampio dibattito mondiale che ha condotto alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Animale proclamata il 15 ottobre 1978 nella sede dell'Unesco a Parigi.
Anche se la predetta Dichiarazione non ha alcuna forza cogente, si è trattato di un passo avanti che ha portato molti Stati, nell’ultimo trentennio, ad emanare numerose disposizioni a tutela degli animali, estendendo la disciplina legislativa ad ogni aspetto del rapporto con l'uomo.
Attualmente, il nostro codice penale punisce con pena detentiva l’uccisione ed il maltrattamento degli animali, e la parola “etologia” è entrata nel predetto codice, visto che il maltrattamento si ha quando l’animale viene trattato in modo incompatibile con le sue caratteristiche etologiche.
Mi è capitato di partecipare, come difensore di un’associazione animalista, a un processo celebrato contro dei dipendenti del servizio veterinario della ASL che avevano accalappiato un cane in maniera così violenta da provocargli uno shock mortale. Quelle persone sono state assolte, ma è stato interessante vedere il Giudice che ascoltava attentamente le parole del nostro consulente di parte che illustrava le caratteristiche dello shock da cattura. Bisogna capire come funziona la mente di un cane per evitare che questo possa accadere, e questo è uno dei tanti esempi che si possono fare per vedere come la legge comincia ad esigere che noi prendiamo in considerazione il modo in cui funziona la mente degli altri animali, per comportarci correttamente con loro.
Ma ci sono altre conseguenze di questa interrelazione, che ci riguardano direttamente. Perché, come dice Pietro Greco nell’articolo sopra citato, chiederci se il delfino possa essere definito “persona” con i conseguenti diritti, significa “non solo interrogarsi sulla mente degli animali non umani, ma anche sulla nostra mente e sulla nostra etica”.

Si apre il tema, che è poi l’oggetto di questo incontro, delle relazioni tra le nostre e le altre menti, che non devono essere necessariamente umane. Questo tema porta tutta un’altra serie di implicazioni, che sono anche sociali e giuridiche, sulle quali da tempo si interroga Roberto Marchesini, e che hanno ad oggetto il nostro rapporto non solo con le menti degli altri animali, ma anche il rapporto sempre più ibrido con le intelligenze artificiali. Ma, fino a quando questi temi rimarranno avveniristici (lo sono sempre meno), rimane aperta la sola discussione relativa ai rapporto con le menti degli altri animali.

L’etologia e la psicologia cognitiva ci insegnano, come si legge nella locandina del manifesto, che gli animali non sono macchine e che il loro comportamento non può essere interpretato attraverso degli automatismi. Sono esseri intelligenti capaci di operazioni mentali in alcuni casi anche superiori alle nostre. L’evoluzionismo darwiniano lega indissolubilmente la nostra mente a quella degli altri animali. C’è un’errata interpretazione dell’evoluzionismo, per cui esisterebbe una sorta di scala ascendente delle creature viventi, con alla base le creature meno complesse e all’apice quelle più evolute. L’evoluzione, invece, non è una storia di aumento di complessità di strutture che divengono così sempre migliori. Tutte le specie viventi sono egualmente evolute, secondo linee evolutive differenti, e l’intelligenza è certamente una funzione che si presenta nell'universo animale attraverso una molteplicità di attitudini.

Ma l’evoluzione non è solo biologica, ma anche culturale, per cui continuiamo ad evolverci mediante una reciproca interazione anche con gli altri animali. Ecco perché Roberto ed i suoi incontri mi confortano in quella che è l’intuizione innata che mi porta a rapportarmi con gli animali non come se la nostra intelligenza fosse “fuori dalla natura”, bensì nella consapevolezza che tutte le nostre intelligenze si trovino “dentro la natura” e siano strettamente interconnesse. 

venerdì 12 ottobre 2012

Salviamo gli alberi di viale Nettuno


Oltre un secolo fa l’americano John Muir, uno dei pionieri dell’ambientalismo conservazionista, poi diffusosi in tutto il mondo, affermava che «qualsiasi sciocco è capace di distruggere gli alberi». Tuttavia sono ancora pochi coloro che si preoccupano di custodire e salvare gli alberi dagli abbattimenti. E spesso sono gli amministratori delle città a non dare il buon esempio. Solo negli ultimi tempi, sono nati comitati contro gli abbattimenti degli alberi decisi a La Spezia (per salvare gli alberi della Cernaia), a San Lazzaro di Savena, a Mercato San Severino (Salerno), a Pordenone, a Domodossola.
Anche a Francavilla l’amministrazione sta per deliberare definitivamente l’abbattimento di tutti gli alberi del marciapiede lato mare del viale Nettuno, dalla Stazione alla Sirena, per cui anche qui è stato costituito un comitato “contro il taglio dei tigli”, sostenuto dall’associazione Buendìa, Italia Nostra, Legambiente, CONALPA, SEL e Uniti a Sinistra.
La motivazione della scelta del Sindaco è sotto gli occhi di tutti: i marciapiedi sono dissestati dall’impulso delle radici a cercare ossigeno, i cittadini inciampano e chiedono i danni al Comune, il quale peraltro non ha i soldi per pagare. Anche le foglie che imbrattano i marciapiedi in autunno sembrano acuire l’insofferenza di molti cittadini, che a questo punto non troverebbero neanche biasimevole la decisione dell’amministrazione comunale.
Eppure il viale Nettuno, proprio per i suoi tigli lussureggianti, è uno dei luoghi più belli di Francavilla, ed è una testimonianza di come sia ancora bella e vivibile la nostra città, nonostante la deturpazione urbanistica che ha caratterizzato la sua ricostruzione dopo la guerra.
I tigli, poi, sono proprio gli alberi che i moderni urbanisti utilizzano per creare le “città giardino” e per fornire alle nostre cittadine, piene di strade e palazzi, delle oasi di “biocompensazione”. Infatti tali alberi hanno un’incredibile capacità di riduzione delle polveri sottili determinate dal traffico, e ci proteggono dai raggi del sole e anche dai rumori, con le loro grandi chiome fonoassorbenti.
La domanda che sorge spontanea, allora, è la seguente: come mai si piantano i tigli per creare le “città giardino”, se poi questi alberi sono così ingestibili? La domanda, tuttavia, è mal posta, perché gli alberi sono organismi viventi, che vanno trattati con le dovute attenzioni. Se si pretende di farli vivere sotto un manto di cemento, lasciando a loro disposizione come spazio vitale una piccola aiuola di un metro quadrato, è inevitabile che si vengano a creare dei problemi.
La soluzione a tali problemi non è dunque l’eliminazione dell’albero, bensì la corretta manutenzione dello stesso.
Si può fare un esempio banale, senza andare troppo lontano, anzi, rimanendo proprio sul viale Nettuno. I tigli che si trovano sul lato opposto a quello oggetto dell’imminente intervento non presentano alcuna problematicità. Alcuni anni fa, quando l’amministrazione Angelucci aveva pensato di rendere il viale Nettuno a doppio senso di marcia, e aveva allargato la carreggiata, erano stati eliminati i marciapiedi attorno agli alberi, che ora si trovano proprio sulla carreggiata, con una semplice operazione di “abbassamento” delle radici, cioè di taglio delle radici superficiali. Da allora l’asfalto non è stato soggetto a rotture da parte delle radici. E’ bastata dunque una semplice operazione.
Dall’altro lato della strada, dove invece gli alberi rompono i marciapiedi, il problema si può risolvere con altrettanta semplicità. Esistono oggi, infatti, molti altri rimedi non invasivi per contenere le radici, ed esistono molte aziende specializzate che, utilizzando delle tecniche innovative di ancoraggio delle radici con apposite ingabbiature, permettono a quest’ultime di non sentirsi soffocate e di farle sviluppare senza creare danni.
Non si tratta di sogni utopistici, ma di realtà concrete. Il comitato per salvare i tigli ha contattato una di queste aziende, chiedendo una stima dei costi per effettuare tali lavori. Più o meno, con circa diecimila euro, si potrebbe intervenire su tutti gli alberi bisognosi di interventi.
Sappiamo che i lavori preventivati dal comune ammontano a circa quattrocentomila euro, e prevedono l’abbattimento di tutti i tigli del lato est del viale Nettuno dalla Stazione alla Sirena ed il rifacimento dei marciapiedi, con ripiantumazione di lecci.
La soluzione che proponiamo è certamente più vantaggiosa economicamente, posto che si tratterebbe di intervenire selettivamente solo su determinati alberi e solo sui tratti di marciapiedi bisognosi di risistemazione.
Peraltro bisogna sottolineare che i lecci sono alberi di prima grandezza, come i tigli. Tra quarant’anni, se i lecci riusciranno a sopravvivere, daranno gli stessi problemi dei tigli. Dunque sfugge anche la logica che dovrebbe essere sottesa all’azione dell’amministrazione, posto che vantarsi di aver sistemato i marciapiedi sapendo che in un futuro non troppo lontano la città tornerà ad avere gli stessi problemi appartiene a logiche elettoralistiche che si spera siano definitivamente superate. Diciamo “se riusciranno a sopravvivere” perché i botanici da noi interpellati prevedono grandi difficoltà di attecchimento dei nuovi alberi, i quali, ovunque dovessero essere posizionati, si troverebbero a fare i conti con le radici dei tigli, che certamente non potranno essere completamente estirpate (vista la loro estensione). Per cui, anche sotto tale aspetto, la scelta dell’amministrazione desta molta preoccupazione. Non ci vorremmo ritrovare nel futuro un viale Nettuno completamente spoglio d’inverno e rovente d’estate.
Ovviamente questo non vuol dire che gli alberi non possano essere in alcun caso abbattuti. Se tale intervento è inevitabile per la pericolosità (come per il pino di piazza Sirena) o perché gli alberi sono in cattivo stato (ce ne sono davvero pochi), si possono sostituire i tigli con altri alberi, magari non di prima grandezza (come l’ibisco o il prunus). Ma, per il resto, si potrebbe intervenire con le ingabbiature di cui ho parlato sopra, provvedendo contestualmente al rifacimento dei marciapiedi.
Ciò consentirebbe di non snaturare l’assetto che ormai ha assunto il viale Nettuno e l’aspetto dell’intero centro cittadino.
Insomma, è evidente che il problema dei marciapiedi debba essere risolto, a tutela del decoro della città e soprattutto dell’incolumità dei cittadini e di chiunque si trova a camminarvi sopra. Ma la soluzione drastica dei “tagli lineari” di tutti i tigli di quel tratto di viale appare davvero affrettata ed ingiustificata.
Quella che proponiamo, come comitato, è certamente la soluzione migliore sia dal punto di vista estetico (per la salvaguardia dell’immagine della città), sia dal punto di vista ambientale (per la purificazione dell’aria che i tigli cinquantenari possono garantire), sanitario (per la prevenzione di malattie respiratorie causate dalle polveri sottili) ed economico (per l’effettuazione dei soli interventi selettivi). Peraltro, sotto quest’ultimo aspetto, non può sottacersi che anche gli alberi hanno un loro valore commerciale, e gli alberi in questione costituiscono un patrimonio arboreo cittadino che è un bene di tutti. Quando a Pescara sono state effettuate le pavimentazioni a raso e sono state sostituite le alberature, la cosa è stata portata in consiglio comunale. Si deve dare ai cittadini, anche per il tramite dei loro rappresentanti, la possibilità di far sentire la propria voce su un intervento che solo eufemisticamente può definirsi di “manutenzione straordinaria”.
Con la gestione controllata delle radici, mediante le ingabbiature di nuova generazione che proponiamo, possiamo consentire alla nostra città di superare i problemi di dissesto dei marciapiedi rimanendo una città a misura d’uomo e del suo diritto a vivere in un luogo bello e sano dal punto di vista naturalistico e ambientale. Gli alberi non a torto vengono definiti “uno dei più grandi successi della natura” e laddove possibile, come nel nostro caso, vanno salvaguardati come atto di rispetto e di generosità verso coloro che verranno dopo di noi.

domenica 6 maggio 2012

"Il calcio fermi la strage dei randagi in Ucraina", Roma, piazza del Pantheon, 5 maggio 2012


Lo sterminio di cani e gatti in Ucraina, finalizzato a fornire un’immagine ‘pulita’ delle città in vista degli Europei di calcio che si terranno a giugno è un’operazione quotidiana, soprattutto notturna, di avvelenamento o fucilazione di animali da parte di veri e propri “dog hunter”, cacciatori di cani, in strada o nei parchi, in cui a rimetterci la vita sono anche i cani di proprietà che muoiono davanti agli occhi dei propri padroni dopo tremende sofferenze, come riferiscono le associazioni animaliste locali.
Dopo gli Europei del 1976 tenutisi in quella che allora era la Jugoslavia, quella di quest’estate sarà la seconda volta in cui l’est europeo (Polonia e Ucraina) avrà l’onore di ospitare una delle competizioni più importanti a livello internazionale. Un’occasione di visibilità che questi Paesi, e mi riferisco soprattutto all’Ucraina, stanno sprecando nella maniera peggiore.

Già prima dell’assegnazione (da moltissimi anni) era in atto il massacro dei cani randagi, in alcun modo punito dalla legge ed anzi incentivato (facendo leva su campagne basate sulla possibile diffusione di rabbia o altre malattie), ma ora il fenomeno è aumentato in maniera esponenziale, come se si volesse arrivare ad una sorta di “soluzione finale”, che ha, per l’appunto, l’aspetto di un olocausto (parola che viene dal greco e vuol dire “bruciato interamente”), con tanto di forni crematori mobili, ideati allo scopo di bruciare in massa le carcasse dei cani morti o addirittura ancora in fin di vita. L’associazione Sirius, inoltre, riferisce anche di fosse comuni in cui gli animali vengono gettati e ricoperti di cemento. Altro che “montatura” per screditare il governo ucraino, come dice qualcuno! Ventimila sono finora le vittime di questo massacro, secondo quanto riferiscono le associazioni animaliste locali! Ma ci tengo a dire che Andrea Cisternino, delegato OIPA presente sul posto da multo tempo, assicura che ci sono anche tanti ucraini che vogliono bene a questi animali, che cercano di curarli e di salvarli. Noi dobbiamo aiutare queste persone!

L’UEFA, finanziata dall’Unione Europea, cioè da noi cittadini, nel gennaio scorso, di concerto con il ministero dell’ambiente ucraino, aveva promesso l’elargizione della cifra cospicua, destinata alla costruzione di canili, in cui i cani randagi sarebbero stati sterilizzati. Cifra che, però, sembra essere sparita nel nulla.
Le solite spese di rinnovi e ristrutturazione di stadi e infrastrutture hanno raggiunto cifre astronomiche, con denunce varie di sprechi documentate dalle cronache locali, ma neppure una piccola parte di queste cifre è stata impiegata nella costruzione di qualche canile.
Ora l’Uefa cerca di prendere le distanze dallo scandalo della strage di cani e gatti, sostenendo che è stato fatto tutto il possibile nei confronti delle autorità ucraine (risulta che siano state spedite un paio di lettere per chiedere di fermare questa strage, nulla di più) ma allo stesso tempo si complimenta con le autorità ucraine per l’andamento spedito dei lavori di preparazione.

A ben poco è servito finora il lavoro diplomatico di pressione sulle autorità locali posto in essere anche dai delegati di Roma Capitale e dall’eurodeputato Andrea Zanoni, vice presidente dell’Intergruppo Benessere degli Animali al Parlamento Europeo, che ha inviato una lettera, firmata da 22 eurodeputati, al Presidente Victor Yanokovych e al Premier ucraino Azarov per chiedere che cessino immediatamente le atroci uccisioni di randagi in tutta l’Ucraina e che la gestione di questi ultimi venga attraverso la sterilizzazione e la costruzione di rifugi. 

Zanoni ha anche presentato un’interrogazione alla Commissione europea per chiedere che l’Ue usi tutto il suo peso diplomatico per spingere le autorità ucraine a fermare queste uccisioni, rifacendosi all’articolo 19 del trattato di Lisbona dove è scritto che gli animali sono esseri senzienti e tutelati dalla legge dell’uomo”, e l’Ucraina è membro della Politica di Vicinanza Europea. Ma nulla ha potuto fermare finora la strage in atti.

Vorrei ricordare che lo sport è parte integrante della cultura di una società e deve essere considerato un mezzo di trasmissione di valori universali, come il rispetto dei compagni e degli avversari fino ad attingere un concetto di fratellanza universale che deve riguardare anche gli animali, che spesso hanno una parte attivita nelle competizioni sportive. E allora non ha senso gioire per la vittoria della propria squadra, se il prezzo che si paga per organizzare questo è evento è l’orrore cui stiamo assistendo.

I tifosi e gli amanti dello sport non possono che condividere quanto sto dicendo. Anche la curva Nord dell'Inter, durante la sfida tra Inter e Marsiglia, ha sostenuto con un grande striscione la battaglia degli animalisti che stanno denuncia il massacro di cani randagi in Ucraina. Durante la partita di calcio Pescara-Verona, poi, è spuntato uno striscione che pubblicizzava proprio l’avvenimento di oggi.

E allora siamo qui noi cittadini per fare sentire il forte il nostro dissenso e chiedere a gran voce alle autorità ucraine di mettere fine a questo massacro e salvare gli animali che ancora sono scampati alla mattanza. Le autorità ucraine devono sedersi a un tavolo con gli animalisti. I volontari hanno le strutture dove ospitare i cani, possono risolvere il problema.
Utilizziamo le armi a nostra disposizioni: i social netork, il tam tam su internet, ossia i mezzi in cui in questi tempi si stanno facendo le grandi rivoluzioni. I tifosi italiani espongano alle finestre striscioni con scritto «stop al massacro in Ucraina», un  modo per dare visibilità al problema e convincere le autorità ucraine a dialogare con gli animalisti.

Erano state proprio le proteste della Comunità Europea e delle associazioni animaliste a fermare, qualche mese fa in Romania, la cosiddetta legge ammazza-cani. Anche a causa delle forti pressioni, infatti, la corte costituzionale rumena aveva rispedito al parlamento il provvedimento in cui si prevedeva l’eutanasia per cani aggressivi, portatori di malattie o pericolosi, dopo appena tre giorni dalla loro cattura, lasciando molti dubbi d’interpretazione e molta libertà d’azione.

Fare silenzio, sedersi di fronte alla tv e tifare per la nostra squadra, infatti, equivarrebbe ad accettare passivamente l’uccisione di questi poveri, innocenti animali, che ci riempiono la vita di amore. Facciamo sapere che a queste condizioni non le vedremo, queste partite.

sabato 21 aprile 2012

Teologia animale


Ho recentemente rivisto in televisione la quinta puntata della settima serie dei Simpson, intitolata “Lisa la vegetariana”. In questa storica puntata Lisa decide, per l’appunto, di diventare vegetariana, dopo aver visto allo zoo un tenero agnellino, del tipo di quelli che in questi giorni sono stati protagonisti delle campagne pubblicitarie animaliste contro la tradizione pasquale del pranzo a base di agnello.
La sorte cui va incontro Lisa è simile a quella di tutti i vegetariani. Iniziano una serie di discussioni con i familiari, pronti a prodigarsi per far tornare Lisa onnivora e non mancano, ovviamente, le denigrazioni e il sarcasmo degli amici, che non comprendono le motivazioni della sua scelta.
Ho fatto una ricerca su internet per fugare un dubbio relativo alla data della prima messa in onda negli Stati Uniti del cartone animato, ed ho avuto una bella conferma: 8 ottobre1995, quasi venti anni fa.
A quell’epoca, in Italia, parlare di vegetarismo era come discettare di fantascienza. Solo ora le cose stanno cambiando e il numero dei vegetariani è salito, negli ultimi dieci anni, da un milione e mezzo a sette milioni (diconsi sette milioni, non settecentomila persone: stiamo parlando del 12% della popolazione italiana).
La conclusione del discorso è la seguente: anche su quest’argomento la cultura nordamericana risulta più avanzata rispetto a quella del vecchio continente. C’è poco da fare, è così. La conferma l’ho avuta un paio di estati fa, quando sono andato in vacanza negli Stati Uniti, e molti amici avevano previsto, in modo sarcastico, che sarei andato incontro ad una overdose di hamburger. Nulla di più sbagliato: non ho mai visto tanti locali vegetariani, tanti chioschi di prodotti biologici e naturali (sto parlando di New York, non di Old Mystic nel Connecticut), e tanti libri di diete vegetariane nelle vetrine delle librerie.
Anche le statistiche confermano quanto sto dicendo. Secondo il dipartimento dell’Agricoltura statunitense, negli ultimi otto anni il calo del consumo di carni bovine negli U.S.A. è stato del 10%. Secondo i calcoli dell’Earth Policy Institute di Lester Brown, nel 2012 si prevede il più basso livello di consumo di carne nel decennio.
Vuoi vedere che, dopo aver tanto deriso gli americani per la loro obesità da hamburger, tra alcuni anni ci ritroveremo di nuovo a doverli imitare, non per il loro fast food style ma per il loro veg style?
Non mi sorprenderebbe, vista la sensibilità che gli americani stanno dimostrando su questi argomenti. Attualmente, in oltre quaranta università statunitensi, compresa la mitica Harward, si insegna Animal Law. In Italia, ovviamente, neanche a parlarne: l’argomento non ha dignità accademica. Negli U.S.A., inoltre, esiste un’apposita pubblicazione specializzata destinata agli studi legali, l’Animal Law Journal. Da noi invece le pubblicazioni delle associazioni animaliste vengono trattate alla stregua della “Torre di Guardia” dei testimoni di Geova.
A proposito di religione, è nella cultura anglosassone che si è aperto il dibattito tra cristianesimo e vegetarismo, e sono stati studiati, anche a livello accademico, i rapporti tra teologia e benessere animale. Tra tutti, vorrei ricordare il teologo anglicano Andrew Linzey, direttore del Centro per l’Etica Animale all’Università di Oxford e autore, assieme a Tom Regan (padre del pensiero animalista, anch’egli – guarda caso – statunitense), del libro “Gli Animali e il Cristianesimo” e del libro “Teologia animale”, che in questi giorni di Pasqua (parola che significa “passaggio”) consiglio di leggere a chiunque fosse interessato ad approfondire questi argomenti.
(pubblicato nella rubrica Lifestyle di abruzzoindependent.it)

Io sono vegetariano


La mia amica Lucilla ha pubblicato una simpatica foto sulla mia pagina Facebook, che ritrae un muro con la scritta: “Salva una pianta, mangia un vegano”.
Pur non sentendomi direttamente chiamato in causa, visto che sono un semplice vegetariano (mangio cioè – a differenza dei vegani - anche uova, latte e formaggi), ho pensato di approfittare di questa giornata nevosa per aderire all’invito rivoltomi dal direttore di Abruzzo Independent, Marco Manzo, e scrivere su questo bel quotidiano on line alcune riflessioni sulla mia scelta alimentare, che pratico all’incirca da quattro anni.
Ci siamo conosciuti in piscina, Marco ed io, e lui mi ha ascoltato mentre stavo confidando ad un amico di non essere ingrassato durante le vacanze di natale, visto che, ai pranzi e alle cene comandate, le portate dirette a me (e a mia moglie, anche lei vegetariana) erano ben inferiori rispetto a quelle totali, composte prevalentemente da carne e pesce. Così, mentre si asciugava i capelli nello spogliatoio, Marco mi ha detto: - Perché non scrivi qualcosa sulla tua vita da vegetariano?
La foto di Lucilla fa parte di questa vita, che è  - contrariamente a quanto si possa pensare – una bella vita, priva di sensazioni di rinuncia. Però le apprensioni di mia madre, che continuamente mi chiede di farmi le analisi del sangue, e l’ironia degli amici, sintetizzate nella battuta del mio amico Mino: “La scelta vegetariana è perdente” (detta mentre coi denti sfilava gli arrosticini dallo stecchino) mi invogliano a dire la mia, dopo quattro anni di vegetarismo.
E’ bene chiarire subito una cosa, a scanso di equivoci: lungi da me l’idea di fare proselitismi. Non ho alcuna avversione nei confronti di chi mangia carne (e pesce, anch’esso fatto di carne), anche perché io stesso per la maggior parte della mia vita ho avuto un’alimentazione onnivora, e non penso che quattro anni fa ero una persona malvagia. Penso di poter dire, però, di avere fatto dei passi in avanti verso un miglioramento del mio livello di vita, soprattutto sotto l’aspetto morale e spirituale. Perché è di questo che stiamo parlando: non di una scelta alimentare, ma di una scelta di vita.
Basta fare una rapida ricerca su internet, e si scopre che possono essere molte le ragioni del vegetarianesimo: si va da quelle etiche, a quelle salutistiche fino a quelle ambientalistiche.
Si legge ormai dovunque che le diete vegetariane determinano una minore esposizione a tumori, diabete, malattie dell’apparato cardiovascolare. Chi approfondisce queste tematiche scopre anche che le diete a base di carne comportano enormi sprechi di risorse necessarie per mantenere gli allevamenti intensivi, con distruzioni di foreste e terreni fertili per foraggiare gli animali, soprattutto nel terzo mondo.
Io non so se queste stime e questi studi siano attendibili. Posso dire che non sono queste le ragioni che mi hanno portato a fare la mia scelta, ma quelle altre, sicuramente più antiche e profonde, che rimandano, come detto, a principi morali e spirituali.
E’ abbastanza noto che molti movimenti spirituali e religiosi, soprattutto orientali (induismo, giainismo, buddismo, taoismo), sono di tradizione vegetariana. Meno noto è che anche nel mondo occidentale vi sono stati gruppi di individui convinti del valore del vegetarismo. Nell’antica Grecia vi erano molti vegetariani (il più famoso di questi fu certamente Pitagora). Anche il cristianesimo, secondo gli studi più attendibili, alle origini faceva del vegetarianesimo uno dei fondamenti della sua dottrina. Il quinto comandamento infatti dice “non uccidere”, concetto più ampio del “non uccidere gli esseri umani”. E per quanto riguarda il Nuovo Testamento, c’è da dire che, secondo un “Vangelo secondo Giovanni” tramandato dagli Esseni e dalle Chiese cristiane d’Oriente, Cristo ha insegnato l’assoluta non violenza anche nei confronti degli animali. I primi cristiani, dunque, erano probabilmente vegetariani, ma le cose cambiarono quando il Cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero Romano. Come noto, durante il Concilio di Nicea, molti documenti cristiani originali vennero alterati, e tra le varie cose venne eliminato ogni riferimento al non mangiare carne, pratica non congeniale all’imperatore Costantino. Tuttavia, anche in seguito, gran parte dei santi cristiani furono vegetariani (tra tutti, voglio ricordare San Francesco, che predicò l’amore per tutte le creature viventi). E nel 1990 Papa Giovanni Paolo II, proprio commentando la Bibbia, ha affermato: “Non solo nell’uomo, ma anche negli animali c’è un soffio divino”. Da tale considerazione dovrebbe scaturire il generale divieto di uccidere gli animali, oltre che il pungolo per una riflessione più attenta sulle nostre scelte di vita.
Tutte le religioni e tutti i movimenti spirituali, d’oriente e d’occidente, tendono infatti verso lo stesso concetto di non violenza, declinato in forme diverse.
La non violenza non è la mera astensione dall’uso della forza bruta, ma è un modo di vivere cercando di sottrarsi a quella legge materiale che ci porta istintivamente alla nostra affermazione sul prossimo. Dove il prossimo deve essere inteso non solo come il prossimo “umano”, ma come tutti gli esseri capaci di soffrire. E’ questo il principio gandhiano della ahimsa, che lo stesso Mahatma Gandhi traduce spesso con la parola “amore”, e che poi è lo stesso amore che viene predicato nel cristianesimo e che vale nei confronti di tutti gli esseri viventi, indipendentemente dalla specie cui appartengono. Dunque, se uno ha o sviluppa questa visione delle cose, non può che essere vegetariano. Ecco, allora, che la rinuncia alla carne diventa gioiosa, e nessuna battuta sulla “scelta vegetariana perdente” potrà scalfire il desiderio di sentirsi in pace con il mondo.
Rimane però l’obiezione, perfida, contenuta nella simpatica scritta “Salva una pianta, mangia un vegano”. Perché, a fronte di chi vuole salvare gli animali, ci può essere anche chi vuole salvare le piante, nutrendosi solo di carne, pesce, latte, uova, formaggi e frutta!
Potrei rispondere, semplicisticamente, che le piante non hanno un sistema nervoso e la loro uccisione non comporta la stessa sofferenza che si infligge agli animali. Ma voglio aggiungere qualcosa in più: e cioè, che la non-violenza è un concetto-limite, a cui si tende senza mai raggiungerla. Visto che devo nutrirmi, elimino la sofferenza maggiore data dall’uccisione degli animali, riducendo (ma non eliminando) il mio inevitabile impatto sul mondo. Sarebbe certamente più coerente con un modello di vita non-violento nutrirsi solo di frutta e semi (qualcuno lo fa), ma – a parte le implicazioni per la salute derivanti da una dieta così squilibrata – una tale scelta mi pare davvero estrema. Invece la scelta vegetariana, se ben equilibrata, non opera alcuna restrizione sui macronutrienti di cui il nostro organismo ha bisogno, e può essere gustosissima, come testimoniano le foto dei piatti che mi cucina mia moglie, che ha un seguitissimo blog di cucina vegetariana (www.cucchiaiopieno.com). E ora, per favore, smettetela di compatirmi perché non mangio più gli arrosticini!
(pubblicato nella rubrica Lifestyle di abruzzoindependent.it)

giovedì 2 febbraio 2012

VIVISEZIONE: AULA CAMERA DEPUTATI APPROVA ARTICOLO 16 PER CHIUSURA ALLEVAMENTI, OBBLIGO ANESTESIA E CRITERI RECEPIMENTO DIRETTIVA EUROPEA


Ieri sera l’Aula della Camera dei Deputati ha approvato l’articolo 16 del Disegno di Legge Comunitaria 2011 che prevede criteri restrittivi per il recepimento della direttiva europea sulla vivisezione.
Anche se non nell’ottica della totale abolizione della sperimentazione sugli animali, il predetto articolo, fra l’altro, chiude gli allevamenti di cani, gatti e primati non umani come quello “Green Hill”, obbliga all’uso di anestesia e analgesia, incentiva i metodi alternativi. Si tratta, dunque, di un importante risultato.

Quando parliamo di sperimentazione animale stiamo purtroppo facendo ancora riferimento ad una pratica appartenente al passato remoto della storia dell’uomo, che poteva avere un senso quando si muovevano i primi passi nella storia della scienza e della medicina, e si cercava di studiare la morfologia degli animali e di compararla a quella degli uomini. Ma stiamo parlando dei tempi del Corpus Hippocraticum e dei Procedimenti anatomici di Galeno. Oggi questa pratica ha perduto la propria scientificità, ed è solo una delle tante testimonianze di come l’uomo ritiene di poter disporre della vita degli animali.

Le associazioni animaliste considerano dunque l'abolizione della sperimentazione animale fra i propri obiettivi principali, non solo per motivi scientifici, ma anche per motivi etici.

Dal punto di vista scientifico, l’inaffidabilità della sperimentazione su “modello animale” ai fini della ricerca biomedica è stata ufficializzata da organi della massima importanza e credibilità negli ultimi anni, quali il Consiglio Nazionale delle Ricerche statunitense, che ha invocato la necessità di un “cambiamento epocale” nella ricerca tossicologica attraverso un “passaggio da un sistema basato sullo studio dell’animale ad un sistema basato sui metodi in vitro, oggi in grado di valutare il modo in cui una sostanza altera la funzione dei geni nella cellula umana”. Si tratterebbe di una svolta epocale, paragonata alla scoperta del DNA o alla nascita del primo computer. Perché il futuro della ricerca è certamente nell’uso delle staminali e del tessuto di colture umane.
 Tali concetti sono stati espressi anche nel “Settimo Congresso Mondiale  sui metodi alternativi e la sperimentazione animali”, tenutosi a Roma due anni fa. Contestualmente, però, veniva approvata la Direttiva 2010/63 sull’utilizzo degli animali per fini scientifici, e le associazioni protezioniste hanno immediatamente richiesto che nell’iter di recepimento nazionale della predetta Direttiva venissero inserite disposizioni per favorire lo sviluppo concreto di metodi che non facessero uso di animali, limitando nei fatti il ricorso a questi ultimi, per un futuro basato su una ricerca scientificamente corretta e libera dal vincolo arretrato del modello animale.
E’ questo è ciò che sta avvenendo, con l’approvazione di ieri alla Camera e con il prossimo passaggio al Senato del testo contenente l’emendamento che stabilisce i criteri per il recepimento della detta direttiva.
Nella giornata di ieri, proprio mentre la Camera stava discutendo, nell’ambito della Legge Comunitaria, il testo per il recepimento della direttiva (riuscendo a respingere la cancellazione delle lettere riguardanti il divieto di allevamenti e l’obbligo di analgesia), le principali associazioni animaliste hanno organizzato nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati un convegno per spiegare le proprie ragioni a sostegno dell’emendamento proposto.
Io sono intervenuto, per conto della Lega Nazionale per la Difesa del Cane, per commentare il punto b) dell’emendamento. Con tale norma è stato “vietato l’utilizzo di scimmie antropomorfe, cani, gatti e specie in via di estinzione a meno che non risulti obbligatorio da legislazioni e da farmacopee nazionali o internazionali o non si tratti di ricerche finalizzate alla salute dell’uomo o delle specie coinvolte, condotte in conformità ai principi della direttiva 2010/63/UE, previa autorizzazione del Ministero della Salute, sentito il Consiglio Superiore di Sanità”.
Bisogna dire che l’articolo 2 della direttiva europea permette di mantenere “misure nazionali più rigorose”, ed i cani randagi devono continuare a non essere utilizzati negli esperimenti come è in Italia dal 1991, a seguito dell’approvazione della legge quadro sul randagismo 281/91 e poi del Decreto Legislativo 116 del 1992, che prevedevano già norme più restrittive rispetto a quelle europee.
Difatti la legge 281/91 già vietava in ogni caso la sperimentazione su cani randagi catturati o provenienti da canili o associazioni protezionistiche ed il maltrattamento di gatti che vivono in libertà, e puniva chiunque facesse commercio di cani o gatti al fine di sperimentazione.
Il Decreto Legislativo 116 del 1992, inoltre, prevedeva il divieto di eseguire sperimentazioni su cani, gatti, primati, specie in via di estinzione
L’emendamento in questione, a ben vedere, fa ora riferimento non a tutti i “primati”, ma alle sole “scimmie antropomorfe”, che sono molto costose e poco usate in Italia.
Ad ogni modo, anche se l’ambito di applicazione è molto ridotto, bisogna ricordare come gran parte delle predette scimmie antropomorfe (Gorilla, orangutan, bonobo, gibboni e scimpanzé) finora è provenuta da catture allo stato selvatico, dove tutto il nucleo familiare viene ucciso per prelevare il piccolo che poi affronta viaggi transoceanici rinchiuso in piccoli contenitori per raggiungere l'Europa e, come ultima tappa, il laboratorio. La restrizione della sperimentazione su queste specie va incontro al Progetto Grandi Scimmie Antropomorfe , che si propone di ottenere, da parte dell'ONU, una Dichiarazione dei Diritti delle Grandi Scimmie Antropomorfe che estenda a tutti i primati antropomorfi alcuni dei diritti già riconosciuti all'Uomo, come il diritto alla vita, alla protezione della libertà individuale e alla protezione dalla tortura.

Raffrontando il testo del punto b dell’attuale emendamento con quello del Decreto Legislativo 116/02, dobbiamo evidenziare che quest’ultimo prevedeva che solo in casi eccezionali potevano essere autorizzati dal Ministero della Sanità procedure sperimentali in deroga ai divieti sopra richiamati, e cioè solo nei casi in cui obiettivo della ricerca fossero verifiche medico biologiche considerate “essenziali” e fosse dimostrato che nessun altra specie era idonea agli scopi dell'esperimento. 
Con l’attuale previsione normativa, che consente le deroghe al divieto di sperimentazione sulle predette specie solo dove ciò risulti “obbligatorio” in base a legislazioni e farmacopee nazionali o internazionali o si tratti di ricerche espressamente finalizzate alla salute dell’uomo, devono a mio giudizio ritenersi non più consentiti molti test per la ricerca di base che coinvolgano i predetti animali, e che invece potevano rientrare nel più ampio concetto di “verifiche medico biologiche essenziali”.
La valutazione di queste circostanze, che appare assai delicata, va condotta dal Ministero della Salute, sentito il Consiglio Superiore di Sanità, caso per caso escludendo l'applicazione del principio di analogia o di estensione.
l dati di cui disponiamo sulle autorizzazioni in deroga, pubblicate a seguito di una sentenza del Tar che ha cancellato il “segreto” in materia, evidenziano infatti nel biennio 2008-2009 un incremento del 50%, quando invece era stato promesso un regolamento sempre più restrittivo. Quindi occorre molto rigore nella valutazione delle predette circostanze per il rilascio dell’autorizzazione.
L’emendamento in commento è nel complesso restrittivo rispetto alla direttiva europea, anche se molto rimane da fare. Ad oggi il numero di animali usati per fini sperimentali rimane sulla soglia dei 12 milioni all’anno. L’Italia mantiene tristemente il quinto posto nella classifica degli animali usati, dopo Francia, Regno Unito, Germania e Spagna. Questa attuale deve essere vista, dunque, come una tappa di un percorso che dovrà portare alla totale messa al bando della sperimentazione sugli animali. Sono s’accordo con noi non solo molti scienziati, ma anche la grande maggioranza dei cittadini che credono nei diritti degli animali quali esseri senzienti (ricordo a tal proposito l’art. 13 del Trattato di Lisbona, che riconosce questa qualifica agli animali). Per questo sarà necessaria una successiva legge che consenta di proteggere definitivamente sia gli animali che la nostra salute mediante la sostituzione della sperimentazione in vivo con le più moderne tecniche di ricerca scientifica, che devono essere adeguatamente finanziate.
Per sapere come hanno votato sugli emendamenti per non far chiudere Green Hill (votazione n.27 della giornata) e per non rendere obbligatoria anestesia e analgesia nei test (votazione n.30 della giornata) vai su: http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/stenografici/sed580/v003.pdf
Per informazioni sul Convegno unitario che le associazioni animaliste hanno tenuto a Roma nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati vai su: http://www.lav.it/index.php?id=1080

Il punto sulla stagione venatoria 2011/2012



Anche quest’anno in Abruzzo decine e decine di migliaia di animali sono stati abbattuti per divertimento e centinaia sono stati i capi di specie protette abbattuti dai bracconieri.
Per la stagione di caccia 2011/2012 il movimento ambientalista e animalista è tuttavia riuscito a limitare parzialmente i danni. Innanzitutto è stata impedita, grazie alla pressione delle associazioni ed allo straordinario lavoro di alcuni consiglieri regionali di opposizione, l’approvazione del calendario venatorio con legge regionale. Questo tentativo da parte della maggioranza era dettato dalla volontà di far passare attraverso un intervento legislativo – non impugnabile davanti al Tribunale Amministrativo Regionale – anche previsioni contrarie alle leggi nazionali e comunitarie.
Persa la battaglia sulla legge, la maggioranza in consiglio regionale ha così dovuto ripiegare su un calendario venatorio approvato con delibera di giunta che, grazie al ricorso davanti al TAR Abruzzo promosso dalle Associazioni Animalisti Italiani Onlus, LAC e WWF, è stato profondamente modificato, con l’eliminazione di previsioni che non rispettavano il parere dell’ISPRA, massimo organo nazionale legittimato a formulare pareri obbligatori su tutti gli atti di pianificazione faunistica-venatoria.
L’accoglimento del ricorso contro il calendario venatorio regionale ha infatti consentito di diminuire i giorni di caccia per decine di specie. A fine novembre 2011, infatti, la Giunta Regionale ha dovuto varare una quarta versione del calendario venatorio 2011/2012, dopo aver cercato di eludere l’ordinanza del TAR Abruzzo. Contro questi tentativi dilatori sono state prodotte due diffide ed un nuovo ricorso al TAR di L'Aquila “per ottemperanza” nel quale si è chiesto alla magistratura amministrativa di commissariare la Regione per far rispettare la sospensiva. A quel punto, pochi giorni prima della nuova udienza, la Regione ha dovuto cedere su molti dei punti della sospensiva ed in particolare sul cuore del calendario venatorio: periodi, orari e forme di caccia.
Con il calendario riformato per la beccaccia la caccia si è chiusa il 31 dicembre e non il 19 gennaio come aveva previsto inizialmente la Regione (20 giorni in meno di pressione venatoria su questa specie). Per le specie acquatiche (germano reale, folaga, gallinella d’acqua, alzavola, porciglione, fischione, codone, mestolone, marzaiola, moriglione, beccaccino, pavoncella, canapiglia e frullino) la caccia si è chiusa il 19 gennaio e non più il 30 gennaio. Per le tre specie di turdidi (cesena, tordo bottaccio e tordo sassello) la caccia si è chiusa il 9 gennaio mentre prima si chiudeva il 19 gennaio. Per il fagiano la chiusura prevista per il 30 dicembre è stata anticipata al 30 novembre. Altra novità di non poco conto è stata la chiusura al 19 gennaio della caccia in forma vagante con l’ausilio del cane. Una sconfitta per l’assessore regionale Febbo che si aggiunge alle due sconfitte rimediate davanti al TAR nella stagione 2009/10 ed all’impugnativa da parte del Governo Berlusconi della legge regionale con cui era stato approvato il calendario venatorio 2010/11.
Purtroppo la Provincia di Chieti, con una recente delibera di giunta ha deciso di estendere la caccia alla specie colombaccio fino al 09 febbraio. Per la prima volta dopo alcuni decenni, dunque, si torna a sparare nelle nostre campagne anche nel mese di febbraio.
Ovviamente non è questo che vogliono i cittadini della Provincia di Chieti. Molti di loro sono esasperati dai continui spari nei pressi delle proprie abitazioni e dall’arroganza di chi invade i propri terreni. Il 79% dei cittadini chiede di vietare o ridurre fortemente la caccia (sondaggio Ipsos 2010) ed invece i nostri amministratori fanno il contrario.
Ha dichiarato Ines Palena del WWF Zona Frentana e Costa Teatina: “La Provincia di Chieti è ostaggio dei cacciatori che da diversi anni condizionano le scelte dell’amministrazione pubblica. La politica locale è sempre disponibile ad esaudire le richieste dei cacciatori, ignorando le diverse problematiche che attanagliano la gestione faunistico-venatoria della nostra provincia come il Piano Faunistico-Venatorio scaduto e le carenze della Polizia Provinciale di Chieti sulla vigilanza venatoria”.
Occorre dunque non abbassare la guardia, sia a livello locale che nazionale. In sede di approvazione della Legge Comunitaria 2011, difatti, il deputato leghista Pini ha riproposto di votare la caccia selvaggia (apertura in piena estate per tortore e quaglie, allungamento della stagione venatoria oltre il 31 gennaio, depenalizzazione di gravi reati di bracconaggio ecc), con il conseguente massacro di migliaia di animali protetti e la certezza di nuove condanne comunitarie. Immediatamente le associazioni CABS, Enpa, Lac, LAV, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e WWF Italia hanno chiesto la declaratoria di inammissibilità degli emendamenti proposti dal deputato Pini, che vertevano su parti della legge italiana non oggetto di procedure di infrazione e che anzi avrebbero riportato paradossalmente l’Italia in clamorosa e plurima infrazione, con la conseguenza di una condanna ai sensi dell’articolo 260 del Trattato dell’Unione europea.
Il pericolo è stato sventato, ma molto rimane ancora da fare per arrivare alla messa al bando definitiva di questa pratica a cui è contraria la maggioranza dei cittadini.